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“Terribile Splendore”, tennis e politica negli Anni 30

In Costume&Società - Customs&Society, Sport on maggio 13, 2014 at 9:25 pm

Chi non lo conosce, penserà che “Terribile Splendore – La più bella partita di tennis di tutti i tempi” sia una lunga cronaca (sono 376 pagine) di un incontro di tennis dell’anteguerra. Ed invece la lettura di questo libro di Marshall Jon Fisher è consigliata soprattutto a chi di tennis non se ne intende.

È il 20 luglio 1937 e a Londra, nel leggendario teatro di Wimbledon, si affrontano Stati Uniti e Germania nella finale Interzone di Coppa Davis. All’epoca la squadra campione in carica – in questo caso la Gran Bretagna –  era ammessa direttamente alla finale, ed il resto del mondo poteva sfidarla dopo aver superato tutti i turni preliminari. Eppure nel 1937 quella fra Stati Uniti e Germania sa tanto di finale anticipata: Fred Perry, il campionissimo inglese tre volte vincitore di Wimbledon tra il 1934 ed il 1936, è passato professionista, rinunciando alla possibilità di competere nei tornei Open, Coppa Davis compresa, ed i suoi connazionali non sembrano in grado di poter fronteggiare squadre che vantano Donald Budge da una parte e Gottfried Von Cramm dall’altra.

Budge è statunitense, ha vinto un mese prima il torneo di Wimbledon e nel 1938 diventerà il primo uomo capace di completare il Grande Slam (vincere i quattro tornei più importanti nello stesso anno); Von Cramm è invece tedesco, ha vinto due volte il Roland Garros e gioca per sopravvivere, perché pur incarnando perfettamente la razza ariana tanto propagandata dal mitomane che governa la sua nazione, è contrario al regime nazista e per di più è omosessuale.

Siamo sul due pari, con Budge e Von Cramm che hanno vinto facilmente i rispettivi singolari, con gli americani capaci di imporsi nel doppio, e con Henner Henkel, numero due tedesco, che sconfigge Bryan Grant, punto debole della squadra a stelle e strisce. Quella fra Von Cramm e Budge è pertanto la sfida decisiva: chi vince al 99% regalerà alla sua patria la Coppa Davis. E a rendere più affascinante il tutto, la presenza in tribuna di Bill Tilden, il giocatore di tennis più grande e più chiacchierato di sempre. Tilden, americano, allena segretamente i tedeschi.

Il libro si divide in cinque capitoli, ciascuno dedicato ai cinque set che Von Cramm e Budge giocano sul Campo Centrale di Wimbledon, gremito da 15.000 spettatori entusiasti pur non essendoci inglesi in campo. Ma l’autore non parla soltanto dell’esito della partita, anzi. Ogni set, ogni punto, ogni episodio è un pretesto per parlare di una storia, di un evento che ha contraddistinto la vita dei tre protagonisti di questa partita, dalla drammatica infanzia di Tilden all’infortunio che trasforma Budge da giocatore di baseball a tennista. Fino alla telefonata di Hitler che incita Von Cramm pochi minuti prima di scendere in campo.

Questo è “Terribile Splendore”, un viaggio fra sport e politica degli anni Trenta, un libro che fa conoscere agli appassionati di tennis le tensioni internazionali che porteranno alla Seconda Guerra Mondiale e fa emozionare gli appassionati di storia per una partita di tennis. Per la cronaca, Von Cramm vince i primi due set, prima che Budge recuperi e porti la sfida al quinto. Qui Von Cramm prende un break di vantaggio che lo lancia sul 4-1. Poi… poi, se siete arrivati a leggere fino a questo punto, vuol dire che vi siete appassionati alla più bella partita di tennis di tutti i tempi, ed il risultato potete reperirlo facilmente da soli.

Jacopo

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Edifici pubblici abbandonati: che fare? Lo spazio comune TNT di Jesi

In Territorio&Società - Territory&Society on febbraio 6, 2014 at 5:03 pm

Entrare in un centro sociale autogestito è sempre una bellissima esperienza per me. La sensazione non cambia se sono ad Amsterdam, Milano, Roma, Copenaghen o Jesi; o che li si chiamino Squat, centri-sociali, spazi comuni, villaggi autonomi o aree franche (ad esempio Cristiania a Copenaghen). Nonostante la varietà di formule di gestione, proprietà immobiliare, organizzazione interna e rapporti con le amministrazioni, questi spazi raccontano storie interessanti. Esse riguardano aspetti importantissimi delle nostre città, dal tema dello spazio pubblico nelle sue svariate definizioni a quello più generale di bene comune. A causa della loro forma organizzativa ibrida, questi spazi spesso sono difficilmente inquadrabili in politiche urbane precise, in schemi catastali oggettivi o in formule legislative esatte. Quello che li accomuna è il fatto di essere esperienze che si formano negli interstizi istituzionali, normativi e immobiliari lasciati vuoti dalle politiche urbane tradizionali o del mercato. Gli squat olandesi nascevano per esempio come pratica di riappropriazione di spazi abitativi pubblici e privati lasciati in decadenza dalle politiche di suburbanizzazione degli anni 70. I centri sociali italiani, seppur con una diversa forma, propongono una simile pratica di occupazione di spazi pubblici o privati inutilizzati per molto tempo e reindirizzati verso un obiettivo più sociale.

A Jesi lo spazio comune TNT racconta una simile vicenda urbana. Un’esperienza quasi trentennale che in tutti questi anni è sopravvissuta, mutata e migliorata, senza mai abbandonare il carattere originario di indipendenza e autonomia dall’amministrazione locale. Non conosco bene la storia del passato (che inizia negli anni ottanta in un caseggiato alla periferia di Jesi), ma lo spazio comune TNT oggi si presenta al visitatore come un agglomerato di associazioni, sia formali che informali, che usufruiscono e gestiscono assieme un edificio abbandonato adiacente alla ferrovia. Un edificio che a causa delle ristrutturazioni organizzative dell’azienda sanitaria locale, e a causa della location non proprio centrale, fu praticamente lasciato sfitto, vuoto ed inutilizzato per due decadi. Un peso sulle spalle dell’amministrazione locale si direbbe oggi. Un edificio che nel suo piccolo rappresenta la storia drammatica di molti edifici pubblici della città, che dopo essere rimasti vuoti per anni, vengono poi riprogrammati entro un quadro di valorizzazione immobiliare da parte dell’amministrazione comunale. Come tanti altri edifici, in parte storici, della città, l’ex sede dell’ASL viene data in gestione ad una azienda municipalizzata di valorizzazione fondiaria, con il compito ingrato di trovare un compratore in un mercato fermo, inesistente. In sostanza di svendere un’immobile invendibile al momento. Il centro sociale TNT occupava originariamente un’altra palazzina, sempre nella stessa zona, ma a causa di un danno strutturale ha dovuto cercare un altro luogo. Ed è in questa ricerca, questo movimento verso altri luoghi, che anima un più ampio dibattito sull’uso del patrimonio pubblico, sul ruolo sociale e culturale delle associazioni spontanee cittadine e sulle forme organizzative di una partecipazione cittadina vera, attiva e coinvolgente nel territorio.

Probabilmente per le sue fattezze politiche, autonome, spesso radicali e attiviste, il centro sociale TNT non sembra essere trattato come una vera associazione cittadina. E forse non lo è, dato che si presenta come una rete di associazioni. La storia è intricata ma in passato uno spazio per il centro sociale viene prima occupato negli anni 90 e viene poi avviato uno lento e labirintico processo di regolarizzazione che purtroppo non avrà mai fine. E’ in quegli anni che la gestione di immobili sfitti da parte di un gruppo di associazioni variegato, non solo politico, ma di stampo anche culturale e sociale, diventa di per sé una questione politica. Oggi il TNT si propone come un aggregato di più associazioni che condividono uno spazio. Sono associazioni culturali, sportive, perfino una radio, che propongo attività volte alla integrazione multiculturale, al consumo sostenibile, e alla sensibilizzazione verso temi politici importanti. Un Eco-mercato, un organizzatore di eventi musicali, un atelier artistico e perfino una polisportiva che comprende vari sport. Tutte queste realtà condividono un luogo e vi costruiscono la propria identità. Sono coinvolte nella manutenzione e sono unite dal messaggio d’integrazione culturale e sviluppo sociale che il centro sembra proporre. Non esiste un vero manifesto, e, sì, la gestione rimane autonoma ed informale, ma varie proposte, anche esterne, sono sostenute (con spazi ma anche organizzativamente per gli eventi) se compatibili con un’idea di solidarietà e attivismo sociale che sembra comunque pervadere chiaramente il gruppo di ragazzi, giovani e non, che vi stanno dietro.

Le critiche fatte dai detrattori dei centri sociali sono spesso gratuite, mosse da gelosie politiche e personali. Si richiama spesso alle loro sfumature politiche (spesso criticate come radicali, o anche anarchiche) o alle praticità gestionali degli spazi (dalla sicurezza cittadina al problema della quiete notturna). Altri puntano il dito sulla natura attivista dell’occupazione, accusando gli occupanti di essere opportunisti che si impossessano di un patrimonio che potrebbe essere destinato ad altro (ovviamente nessuno lo sa a cosa). Tuttavia i centri sociali sono raramente il risultato di una irruzione forzata (e se lo sono tendono ad essere sgombrati velocemente o in parte regolarizzati). Anche a Jesi, lo spazio comune TNT è un ibrido normativo: è occupato ma non c’è stata una vera irruzione forzata e segreta (qui non conosco bene la storia ma vi è stato una sorta di dialogo con l’amministrazione su come, quando e dove traslocare quando la sede precedente ha avuto danni strutturali). Il centro non viene mai regolarizzato formalmente e rimane tutt’ora stabilmente incerto se e quando debba essere sgombrato ma rimane comunque attivo.

In tante altre città italiane ci siano kilometri quadrati edificati (sia pubblici che privati) abbandonati al degrado. Per quali motivi ostacolare una vera mobilitazione cittadina diretta al riutilizzo di spazi pubblici? Quali possono essere gli effetti negativi di tale fenomeno? Io non ne vedo, fermo restando il rispetto dei codici civili e penali e i regolamenti edilizi per la sicurezza personale e collettiva. Ogni amministrazione comunale dovrebbe capire il valore che le idee dal basso di gruppi di cittadini hanno. E non solo i gruppi che si propongano come obiettivi politici di cambiamento di lungo termine, ma anche quelli il cui unico scopo sia di coinvolgere altri cittadini in attività interessanti, spesso pratiche, ed educative, sportive o artistiche. L’unico modo per inserire una politica di riutilizzo di spazi pubblici a scopi pubblici tramite la promozione dell’associazionismo è quello di capire il valore ANCHE, ma non solo, economico di tale attività. Il riscontro indiretto che un tessuto sociale attivo e impegnato ha sull’economia urbana generale, sulla capacità attrattiva del luogo, anche per imprese e aziende, sull’immagine urbana verso l’esterno e sull’atmosfera generale di coesione sociale.

(andatelo a visitare)

A presto

fede

Reddito minimo: Olanda e l’Italia in una storia

In Politica&Società - Politics&Society on gennaio 30, 2014 at 11:38 am

Cari Amici

Un recente articolo comparso sul Fatto da parte di un mio carissimo e bravissimo giornalista – http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/01/27/olanda-i-sussidi-per-i-disoccupati-che-somigliano-a-una-punizione/859503/ – mi ha stimolato, di nuovo, a riflettere sulle differenze tra il paese in cui per ora vivo, l’Olanda, e il mio paese natale, l’Italia. Difficile immaginare due reltà più diverse certamente. Tuttavia, come facciamo per le piste ciclabili, la raccolta della spazzatura e il funzionamento della pubblica amministrazione, possiamo benissimo confrontarci con un tema molto più complesso: il reddito minimo garantito. Un tema delicato anche per tanti dei nostri rappresentanti politici. Vorrei però farlo in modo diferso, citando una conversazione privata con una carissima amica che vive in Olanda con me, e che con pienissima onestà mi spiega le sue impressioni sul sussidio ai disoccupati olandese.

Due informazioni di contesto. Il Bijstand è un reddito minimo che subentra allo scadere del sussidio di disoccupazione ordinario, la cui lunghezza può variare a seconda del precedente contratto di lavoro. Data la condizione delle finanze pubbliche il governo peudo-liberista olandese di oggi sta cercando di ridurre il gruppo di popolazione eligibile a questo sussidio. Lo fa ovviamente inasprendo severamente le condizioni di accesso e rendendo il sussidio vincolato a tutta una serie di condizioni che rasentano il limite dell’umiliazione per l’assistito (es. frequenti interviste, obbligo di accettare lavoro, obbligo di dichiarare spese varie e condizioni abitative, anche spesso personali, etc. etc.). Il tutto giustificato dal fatto che dato l’aiuto economico importante (il sussidio può arrivare a 900 euro al mese circa) deve essere strettamente monitorato per evitarne abusi. Ovviamente, tanti critici di tale sistema accusano appunto la violazione della privacy ed il processo di stigmatizzazione che si innesca inevitabilmente, dove i poveri potrebbero essere visti come un ‘peso’  economico per la società.

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Di fronte a questi pro e contro, la mia amica risponde così (mi raccomando leggete l’articolo sopra citato prima!). Il seguente pezzo a mio parere esprime una maggior complessità del problema e fornisce un’importantissima testimonianza di uno straniero che accede a tale sussidio.

‘Della lingua… io in teoria dovrei andare ad un corso di olandese (pagato da loro), ma non è necessario in caso non stia bene di salute per esempio. Il fatto che non parli olandese (bene) è la maggiore causa del fatto che io non riesco a trovare lavoro. Ma il sussidio qui non c’entra niente. Sono i datori di lavoro che non si fidano a darti un lavoro quando tentenni a parlar l’olandese, mentre ti parlano in inglese ovviamente. Questo secondo me è un fatto di mentalità. Ma scusa una cosa. Prova ad andare in Italia. Disoccupato. Ricevi forse un sussidio di disoccupazione a tempo indefinito? NO. Riceveresti lezioni d’italiano gratuite a spese dello stato (come straniero intendo)? Non lo so, non sono documentata abbastanza. Riceveresti la possibilità di andare ad un corso con dei coaches che ti aiutano ad individuare i tuoi punti forti e come utilizzarli? (Io oggi inizio questo corso). Io per studiare olandese non ho mai pagato una lira. Non lo imparo, perché’ son tosta e perfezionista (e non mi piace). Qui non s’impara la lingua perché’ la gente parla inglese per strada e non ha voglia di aver pazienza e parlare con te in olandese. Ma in Italia? L’italiano si impara in fretta, perche’ gli italiano non parlano altre lingue… E se le parlassero? Avrebbero la pazienza di stare dietro allo straniero che non riesce ad esprimersi? E vuole pure lavorare? A volte si, il sussidio sembra una punizione, perché è umiliante. Ma grazie al cielo che c’è. Perché’ qui non si va a vivere a casa dei genitori, quando perdi il lavoro (o si continua a vivere lì), soprattutto se sei straniero e i tuoi genitori qui non ci sono. Dai, dovremmo considerarlo comunque un sistema buono. Mia cugina ha perso il lavoro più di un anno fa in Sardegna. Sussidio per 6 mesi. E BASTA. Ora sta facendo un corso di gestione di non so che cosa (pagato dallo stato). Se le piace o no, non fa differenza. Mica stanno lì a farti test attitudinali. Questo corso che inizio oggi mi è stato offerto perché’ sono un artista e vorrei coltivare e lavorare con l’arte. In Italia, mi darebbero un benemerito calcio in culo’

A presto

fede